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Cinema e Psicoanalisi – Il regista di matrimoni

Cinema E Psicoanalisi – Il Regista Di Matrimoni

Dopo l’irritante e deludente “Il sogno della farfalla” (1994), un Bellocchio più maturo, più ‘soggetto’, con questo film del 2006 si riaffaccia al cinema-psicoanalitico tout court, al cinema come apertura semantica che rimanda continuamente il senso e l’interpretazione ad Altro.
Il pretesto è il film che Franco Elica (un Castellitto direttamente uscito dall'”Ora di religione”, 2002) ‘non ha da fare’: i “Promessi Sposi” riletti in prospettiva rovesciata. Lucia è costretta dal padre a sposare il farlocco (Balocco verrebbe da dire) Renzo, ma ‘desidera’ l’Innominato.
Innanzitutto una premessa: Marco Bellocchio prima di essere stato figlio degenere di Fagioli, è stato figlio della Novelle Vague. Questo modo di fare cinema, nella cura maniacale dell’immagine, nella scelta ossessiva delle facce, dello sguardo, è inscritto nel suo Dna, nella sua Elica, appunto. Rappresenta la sua ‘dote’ migliore.
Il cinema degli anni Sessanta sancì una profonda frattura nel rapporto tra cinema e psicanalisi. Non si cercava più di riprodurre logicamente i simboli di un sogno, ma si cercava di riprodurre la logica del sogno, contrapposta alla razionalità della veglia. Questa opzione cinematografica alla fine si è, naturalmente, inscritta nelle regole implicite della settima arte. Ha tradotto l’onirismo in una narrazione, anzi in una logica rappresentativa.
Bellocchio, cineasta sperimentatore degli anni Sessanta e Settanta, nell’era ‘fagioliana’ ha vissuto lo scacco di una possibile totale liberazione dello Sguardo da ogni opzione linguistica, per poi tornare, volutamente, all’interno di una drammaturgia coerente, rendendola ambivalente.
Questa mediazione lo ha portato a realizzare i suoi film migliori: “Il Principe di Homburg” (1997), “La Balia” (1999), “L’ora di Religione” (2002), “Buongiorno Notte (2003). Sono film situati in una zona di confine. Vi è una trama ufficiale, una narrazione di eventi concatenati che si svolge in maniera abbastanza lineare. A questa trama ufficiale, però, si abbina una sorta di dimensione allucinatoria vissuta dal protagonista. Questo meccanismo combinatorio realtà-allucinazione serve a Bellocchio per confondere non tanto i piani, ma i confini tra i piani. Così il regno dell’Altro non tracima nella realtà, sconvolgendola, ma interviene come correttore di rotta, suggerisce piste interpretative inaspettate. Non abbiamo. insomma, una rivoluzionaria immaginazione al potere, ma un’immaginazione contrapposta al potere.
Nello splendido “L’Ora di Religione” vi era l’artista Ernesto Picciafuoco che, dopo aver tentato di sfidare apertamente il convitato di pietra Conte Bulla, distruggeva ‘virtualmente’ l’Altare della Patria, simbolo di un potere invadente e stupido nella sua retorica.
In “Buongiorno Notte” vi era una brigatista, rinchiusa nel gioco della Storia che, almeno nel sogno, prospettava a sé stessa un finale differente da quello che la storia stessa poi ci ha consegnato. Moro liberato, libero di passeggiare per le vie di Roma.
Ne “Il regista di matrimoni”, invece, Bellocchio ritorna agli antichi vizi, torna a fare la didattica della creatività, con un gioco più scoperto e, paradossalmente, più banale.
Qua Castellitto non è un alter ego di Bellocchio – come Mastroianni poteva esserlo di Fellini in “Otto e mezzo” – è un alter ego del Bellocchio regista, che entra in scena nel suo stesso sogno per modificarne le coordinate.
La prima sequenza del film è quella di un matrimonio.
Castellitto è in penombra ad assistere e poi a girare, alcune sequenze di quella che si rivela essere la cerimonia nuziale della figlia. Siamo di fronte ad una doppia sconfitta del regista che non ha impedito il matrimonio della figlia, ma ha solo potuto dare un minimo di lustro grafico ad una cerimonia banale e ridicola.
Come rivoluzionario, si è completamente estraniato dalla scena, pensando di poterne stare fuori: è la sconfitta dell’immaginazione al potere. Egli è diventato solo un Balocco, un gestore del potere più convenzionale delle immagini, che raccontano sempre la stessa ‘scena’. L’immaginare ‘altri’ film di matrimoni, allora, nel successivo svolgimento della trama, diventa la possibilità di interagire positivamente con la realtà e modificare un plot canonico.
Un film di doppi (sogno/realtà, ateismo/fede, finzione/documentario, matrimonio/funerale, Roma/Sicilia, Lucia/Monaca di Monza), come doppi sono i cani/guardiani (prima feroci, poi mansueti) del luogo dell’inconscio, del luogo Altro.
E come a doppia Elica è il codice genetico di ogni soggetto.
La doppia elica di Franco Elica, estremamente aggrovigliata, che lentamente si dipana, al protagonista e agli occhi di spettatori sempre più confusi. Si dipana, e si trasforma, dapprima in scala di Escher, infine in Binario.
Attraverso il processo di soggettivazione – e la rottura dello specchio immaginale – si suicida definitivamente – Smamma – l'(alter) Ego di Bellocchio/Balocco. Attraverso il processo di soggettivazione, lo sguardo (le riprese in b/n – in questo caso molto hanekeniane -) diviene sempre meno sguardo dell’Altro e sempre più sguardo personale.
La Vita è sogno direbbe Calderon de la Barca, il Sogno è vita ci dice Bellocchio. Vi puoi entrare per un attimo e raccoglierne un pezzettino, di quella vita, per diventarne più Soggetto.
Dopo e con Moretti, “Il regista di matrimoni” appare una rilettura feroce della nostra società venduta all’immagine, all’apparenza.
Un film discontinuo, con momenti di rara bellezza (il provino di un’ attrice per la parte di Lucia, le riprese degli sposi sulla spiaggia, la villa dei Gravina, la giostra in macchina con Lucia/Bona) ed altri noiosi e irritanti, causa le molteplici e labirintiche vie di fuga.
Un film troppo settoriale e alquanto snob.
Parafrasando Dino Risi, verrebbe da dire: “Marco, spostati, voglio vedere il film!”.

di Maurizio Cottone

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