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Il cigno nero – Il caso di Livia

Il Cigno Nero – Il Caso Di Livia

Dopo un’adolescenza difficile Livia giunge in analisi a ventisei anni, quando ormai si è convinta a malincuore che non può farcela da sola ad uscire dalla propria condizione di sofferenza. La sua domanda è motivata dal fatto che da alcuni anni non riesce quasi più ad uscire di casa in quanto si sente debole, malata e teme ad ogni passo, ma soprattutto nei luoghi pubblici, di poter collassare, o essere colpita da infarto e morire. E’ quasi sempre oppressa da sensazioni sgradevoli di soffocamento, di peso, di freddo, ama vivere nella penombra mentre un eccesso di luce la getta nel panico. A volte le sembra di non vederci o di vederci male soprattutto quando il conflitto con la madre è più forte. D’altra parte per Livia quello con la madre è un rapporto cruciale, marcatamente simbiotico. Nonostante non vivano più insieme madre e figlia si cercano e si vedono tutti i giorni non riuscendo entrambe a concepire la propria vita senza la presenza dell’altra. Livia è convinta che sua madre senza di lei sarebbe perduta e si preoccupa continuamente del suo equilibrio psichico, cioè che non sia troppo angosciata e infelice in quanta lei stessa si sentirebbe profondamente turbata e in colpa. La storia familiare di Livia, per quel tanto che si è potuto ricostruire in analisi, fornisce più di uno spunto per comprendere tale situazione. I genitori non sono mai andati d’accordo. Scenate e ripicche erano all’ordine del giomo. Il padre, pittore di mediocre talento, “era un vero fascista, un padrone”. Indulgente con se stesso e moralista con gli altri, esercitava su moglie e figli un’autorità possessiva ed egocentrica. Spesso i litigi scoppiavano per gelosia anche perchè la madre di Livia, esercitava negli uomini un interesse che si prestava facilmente a chiacchiere e malignità. Pur difendendo la madre, “molto piu fumo che arrosto”, Livia ricorda che di lei si è sempre vergognata. Eppure ha sempre cercato di compiacerla, di conquistarne l’amore, convinta com’e che sua madre lo riservi tutto per il figlio maschio, primogenito. Fin da piccola Livia si sente inferiore, diversa, sente dire in casa che quando lei nacque suo padre non volle nemmeno vederla, deluso dal mancato arrivo di un secondo maschio. In seguito crescendo Livia si legherà sempre piu al fratello di cui ammira ed invidia le qualità ed i privilegi maschili. Rifiuto per l’equivoca femminilità materna e invidia per la condizione maschile saranno determinanti nel produrre in Livia una confusa identità sessuale. Essa riconosce esplicitamente che avrebbe preferito essere uomo e mortifica in vari modi la propria femminilità: con l’estrema magrezza, con un abbigliamento fatto di jeans e casacche, con la rinuncia ad ogni parvenza di trucco. Ammira le donne manager e progetta vanamente di fare body-building. Il proprio sesso è detestabile e la fa sentire ridicola. Della propria infanzia Livia non parla molto ma le poche cose che riporta sono assai significative. “Non ho mai voluto il latte di mia mamma, forse perchè me lo dava malvolentieri”. “II primo anno di vita piangevo continuamente”, “quando mi sentivo sola mi dondolavo fin quasi all’orgasmo”, “non volevo andare a scuola perché mi vergognavo della mia povertà, mi sentivo diversa”. Col tempo tali sentimenti di diversità e mancanza unitamente all’apprezzamento per le qualità maschili, portano Livia a sviluppare determinati tratti del carattere. In primo luogo razionalità e intellettualizzazione e poi un atteggiamento da ragazzina saggia, diligente e sollecita che si prodiga incessantemente nella mediazione dei conflitti familiari, così da rivestire infine un ruolo centrale ed insostituibile che la porta a rimanere sempre più spesso a casa nel timore che in sua assenza la situazione precipiti. Ma sotto questa vernice di maturità il disagio è profondo. Dai 18 ai 20 anni, dopo la morte incidentale del padre, c’e un periodo di anoressia poi un paio d’anni dominati dall’alcool. E’ un tunnel da cui Livia uscirà quando accetta di sposare un ragazzo che da anni la corteggia con discrezione. Lei non lo ama ma le famiglie premono e Livia sente che non può più tirarsi indietro. D’altra parte lei è sicura che lo terrà in pugno, lui le sarà sempre vicino e non sarà troppo esigente. Si tratterà in effetti di un matrimonio “bianco” che le consentirà di disporre, con l’aggravarsi dell’agorafobia, di un partner estremamente disponibile anche se estremamente geloso.  II matrimonio ovviamente non modifica affatto il rapporto di Livia con la madre. Andando ad abitare col marito e i suoceri, si è solo allontanata di pochi metri. Ciò le consente di mantenere con essa una frequentazione quotidiana e di occuparsi di ogni incombenza che la riguardi, dalle faccende domestiche alle visite mediche, allo shopping. E’ un rapporto simbiotico profondamente ambivalente dove l’odio non e certo inferiore all’amore, un rapporto sado-masochistico basato sul controllo reciproco. Nonostante Livia veda molto bene le carenze e i limiti della madre non può fare a meno di compiacerla e blandirla. La definisce “indisponente, arrogante, perennemente insoddisfatta e angosciata, convinta che stiano sempre tutti col fucile spianato, probabilmente con grossi sensi di inferiorità” e forse è proprio per tutto questo che Livia ritiene di esserle indispensabile, di doverla proteggere, di dover mediare continuamente tra lei e gli altri, con la convinzione che se si staccasse da lei sua madre non reggerebbe, “farebbe sicuramente una pazzia”.Si direbbe che Livia riesca a trovare il senso del proprio valore e qualche brandello di autostima solo all’intemo della simbiosi con la madre, mentre al di fuori di essa non può che percepirsi un mostro. Benché sia tutt’altro che brutta essa si vede orribile, spregevole, ridicola. Odia il suo fisico, si ritiene goffa e grassa ed utilizza i bei capelli lunghi per nascondere quanto più possibile la pallida “faccia da funerale”. Cadute le pretese adolescenziali di essere un fenomeno d’intelligenza, spesso si sente stupida e totalmente priva di fiducia nei propri mezzi: “non mi fido per niente di me stessa, ho sempre paura di dimenticare le cose”, mi vedo debole, temo di non avere il controllo delle gambe” , “ho paura del mio inconscio, lo odio, vorrei sopprimerlo”, “quando sono sola mi sento smarrita, incapace di affrontare le cose, gli altri, ho sempre paura di non farcela, di crollare’. II suo maggior timore e che gli altri possano leggerle negli occhi la sua “diversità”, che possano intuirla nel caso le tremassero le mani o le capitasse di arrossire, allora riderebbero di lei e ciò per lei sarebbe intollerabile, si sentirebbe morire di vergogna. L’ossessiva paura di essere scippata nasconde il timore che dai suoi documenti si possa scoprire chi è lei veramente. Ma chi è Livia veramente? Di certo una persona assai diversa da quell’essere spregevole che ritiene di essere: brutta, ridicola, detestabile, stupida, deficente, insicura, nevrotica. Solo la presenza di un’altra persona amica e soprattutto del marito le consentono di avventurarsi, pur fra mille patemi, fuori casa, come se questo le garantisse uno schermo dietro cui celarsi. Al contrario la mancanza dello schermo l’esporrebbe alla terribile vergogna di essere scoperta, una vergogna da morire, tanto da temere di venire meno, di andare in pezzi. D’altra parte la vergogna e anche ciò che caratterizza lo stato d’animo con cui Livia viene in analisi. Quando mi precede nel corridoio allunga il passo per seminarmi e sottrarsi al mio sguardo. Per lo stesso motivo, quando se ne va mi porge la mano volgendosi di fianco mentre col viso è già protesa alla porta. D’inverno va sul lettino col soprabito per evitare di toglierlo sotto i miei occhi. Non mi ha mai guardato in faccia e ritiene che non lo farà mai. Poichè trova molto faticoso parlare di sé con una persona che non fa altrettanto, moltiplica gli sforzi per farmi parlare. Mi investe di domande, sollecita consigli, pareri. Il fatto che io non stia al gioco le procura una rabbia sorda che si traduce in resistenza ostile. Passa la gran parte del tempo a lamentarsi, a recriminare sulla propria sfortuna e a criticare familiari ed amici. Messo nella condizione di non poter esercitare al meglio la mia funzione analitica mi fa sentire inutile, impotente. Quando glielo faccio notare ribatte che non sa cosa farci, che quello e ciò che le viene in mente. Eppure nonostante tutto Livia è molto contenta della scelta che ha fatto, non rinuncerebbe alla psicoterapia per nulla al mondo, anche se per lei questo è un percorso molto faticoso. Presa com’e in una rete di rapporti familiari simbiotici le sembra impossibile che una crescita personale possa tradursi in autentica emancipazione, in quanto ciò comporterebbe penosi cambiamenti nel contesto familiare. Forse il matrimonio stesso verrebbe messo in discussione, forse Livia non se la sentirebbe più di spartire la propria vita con un uomo infantile e immaturo. Forse non potrebbe più accettare di essere continuamente strumentalizzata dall’egocentrismo di sua madre o di subire le romanzine degli suoceri. Poichè dunque intuisce che la psicoterapia prima o poi la metterebbe di fronte a scelte cruciali, essa oscilla tra momenti in cui bene o male si nutre del lavoro analitico e momenti in cui regressivamente sembra rigettare tutto quanto e ripiegarsi masochisticamente in se stessa. Nei lunghi periodi in cui l’analisi traccheggia ho l’impressione che si conceda una pausa per raccogliere le forze e cercare un po’ più di consistenza e vigore. E’ questa considerazione che mi consente di coltivare la pazienza, di rintuzzare i moti di stizza che mi porterebbero a volte a ribattere seccamente ai suoi infantili tentativi di manipolazione. Per la verità non faccio una gran fatica, perchè ho la sensazione che “noi” sappiamo bene che è solo un gioco, qualcosa ch’essa mi prega tacitamente di tollerare, perche possa respirare e trarre nuove forze. In effetti mi accorgo controtransferalmente di nutrire molta fiducia nelle possibilità evolutive di Livia, sento che·in fondo lei stessa è impegnata in una scommessa che non vuole perdere. Intanto dopo meno d’un anno dall’inizio, si è trovata un lavoro da cassiera che le consente di pagarsi la terapia e di uscire da un ruolo di casalinga che le stava divenendo sempre pin stretto. In seguito si è iscritta all’Università ad una facoltà umanistica col progetto di conseguire quella laurea la cui mancanza alimentava i suoi sentimenti d’inferiorità e inadeguatezza. I voti sono tutti trenta e trenta e lode. La vita di relazione si è notevolmente ampliata. Insieme al marito frequenta spesso amici e conoscenti con un desiderio di conoscere e comunicare che le sono del tutto nuovi.

Ps. Per motivi di privacy i dati personali e biografici dei pazienti sono stati modificati

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