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Cinema e Psicoanalisi – Il Grande Capo

Cinema E Psicoanalisi – Il Grande Capo

Il film del 2006  inizia con l’immagine riflessa di Lars Von Trier, che dietro una finestra dello stabile dove verrà quasi interamente girato il film gioca con le parole: “Voi vedete il mio riflesso ma questo non vuol farvi riflettere”. “Anzi – insiste – non ha altro significato che quel che si vede”.
Fin dall’inizio quindi lo spettatore si disporrà a non perdersi in riflessioni. Poco importa che più tardi l’attore che recita il ruolo del Grande Capo (magnificamente interpretato da Jens Albinus), costretto a studiare due scarne e banali righe per la sua parte, affermi: “Il testo dice molto di più di quello che dice”, e che uno dei personaggi provi a farci desistere: “La vita è come un film Dogma”, gli fa dire Von Trier, “il fatto che sia faticosa non significa che non dica delle verità”.
Che cosa accade, ne “Il Grande Capo”?
Immediatamente a spiccare è un continuo “saltellare” delle immagini: ogni tanto, nel fluire delle inquadrature viene tolto qualche fotogramma. Anche non volendo rifletterci, a noi pare che un senso ci sia nell’espediente e pensiamo ai due protagonista del film, fra loro speculari. L’uno capo finto ma Attore vero, l’altro attore finto e Capo vero, non sopportano di non essere al centro dell’attenzione. E per esserlo sono disposti a qualsiasi bassezza. Insomma, se fossero un regista cinematografico, il loro narcisismo non avrebbe remore a tagliare fotogrammi un po’ qua e un po’ là, giusto perché gli spettatori non dimenticassero chi comanda.
Il film è completamente ambientato, tranne una breve escursione premio in un paesino sperduto della Danimarca, in una piccola ditta danese che elabora strategie aziendali e software per computer. Il direttore Ravn, sta per venderla a un magnate islandese che non fa nulla per nascondere il suo disprezzo (e sembra che esista realmente una rivalità tra le due popolazioni) per questi danesi cialtroni. Ravn ha sempre detto a tutti, compratori e collaboratori, che sopra di lui c’è un ‘Grande Capo’ che sta in America e al quale bisogna rispondere di tutto. In realtà il ‘Grande Capo’ non esiste, l’ha inventato Ravn per far passare le proprie decisioni impopolari e affibbiare a qualcun altro le proprie colpe. Ma ora che gli islandesi vogliono trattare con il ‘Grande Capo’ in persona, Ravn ne deve trovare uno. Assume quindi un attore, Kristoffer, che lo ‘interpreti’ durante la trattativa.
L’affare però non si chiude, gli islandesi prendono una settimana di tempo, durante la quale il ‘Grande Capo’ dovrà rimanere in ditta e conoscere finalmente i dipendenti che per anni ha mobbizzato con e- mail ferocissime e tagli agli stipendi. Inizia così un beffardo gioco degli equivoci in cui il nostro Attore deve imparare al volo l’assurdo linguaggio dell’informatica e tenere a bada un gruppo di impiegati che lo odiano, lo temono o magari lo amano, a seconda di ciò che Ravn ha fatto loro credere nel corso degli anni.
Il film appare rappresentare una lucida analisi delle dinamiche psicologiche che possono scaturire in un piccolo gruppo.
Von Trier infatti, per supportare meglio la sua analisi, concentra l’attenzione su di un gruppo di soli otto componenti: il Grande Capo, Ravn (il vero capo), e sei dipendenti (tre uomini e tre donne), tutti con una psicologia ben definita.
I sei dipendenti possiedono, però, un tratto in comune: sono stati selezionati da Ravn in quanto sei personaggi in cerca di un Grande Capo, in quanto dipendenti dall’ Altro anche psicologicamente. Ravn ha quindi compito facile nel manipolare i loro bisogni di rassicurazioni e certezze attraverso comunicazioni sia di gruppo, (quando il Grande Capo diventa vessatorio) sia individuali (quando lo scopo è quello di alimentare l’idealizzazione).
A ben vedere l’Attore che interpreta il Grande Capo, viene investito immediatamente del ruolo che rappresenta dai dipendenti. A poco vale la sua totale incompetenza in materia di informatica: sarà letta da questi in base al loro soggettivo orientamento nei confronti dell’Ideale.
Il primo ad essere schiavo di una Idealizzazione appare essere proprio Ravn, il vero capo. Ecco allora spiegato il motivo delle mail che invia a ciascun componente: egli rappresenta e alimenta il loro Ideale.
Come coglie acutamente Kristoffer, Ravn aveva creato per ciascun dipendente, nel corso del tempo, un Grande Capo personalizzato. Di questo ne diventa spettatore e vittima l’Attore stesso, nelle situazioni più divertenti del film, quando comportandosi a specchio, perché all’oscuro delle comunicazioni sotterranee di Ravn ai componenti del gruppo, fa emergere i caratteri e i desideri inconsci di ognuno.
Così X leggerà il suo comportamento neutrale come una maniera per denigrare i dipendenti e cercherà lo scontro fisico, Y come un vezzo narcisistico e cercherà un rapporto sessuale, Z come una comunicazione in codice dell’amore segreto nei suoi confronti e preparerà l’abito da sposa, W come un sadico atto di superiorità e si sentirà umiliato.
Ma chi c’è dietro l’Ideale rappresentato dal Grande Capo?
Il GRANDE C in persona, come spassosamente afferma l’Attore, quando cerca di sottrarsi alla inversione di atteggiamento dei dipendenti nei suoi confronti, manipolati ad arte da Ravn, nel momento in cui egli si accorge di perdere il controllo della situazione, di perdere le attenzioni di cui, narcisisticamente, si alimenta.
Ecco, allora, che l’Attore, scoperto il gioco manipolatorio di Ravn, a sua volta scarica le proprie responsabilità su di un altro Capo, superiore a lui: IL GRANDE C.
Questo fantomatico GRANDE C evocato dall’Attore, ai nostri occhi appare essere null’altro che un Genitore idealizzato e temuto.
E’ ovvio che per Ravn, il capo incapace di accogliere anche gli aspetti persecutori del gruppo, incapace di accettare la fondamentale ambivalenza insita nel genere umano (e quindi anche in lui), la condizione di base è quella di un figlio dipendente da una madre idealizzata. Incapace di identificarsi col padre, Ravn è schiavo di una Idealizzazione; di questa sua schiavitù alimenta il gruppo. Grazie al lavoro pseudo-analitico di Kristoffer, Ravn riuscirà infine a confessare a sé stesso e agli altri, la sua vera identità, si soggettivizzerà, nella bella scena gruppale finale.
Il film potrebbe terminare con questo lieto happy end, se non fosse che il cinico Von Trier ammonisca che nel cinema, come nella vita, gli happy end sono fasulli. Ecco allora che l’Attore, mentre sta decidendo di non vendere l’azienda al burbero islandese e di non rendere disoccupati i suoi sei simpatici dipendenti, viene ipnotizzato da una sola parola pronunciata dal compratore: GAMBINI, da lui considerato il padre della drammaturgia mondiale, da lui considerato l’ Ideale. Deciderà così, per amore nei confronti di Gambini e di chi lo esalta (l’acquirente danese), di vendere infine l’azienda e buttare in mezzo la strada tutti quanti.
Lars Von Trier con la sua prima commedia, con un film che solo apparentemente non vuole fare riflettere, implicitamente suggerisce che tutti noi siamo alle prese con l’Ideale e ci dobbiamo costantemente confrontare con esso.

di Maurizio Cottone

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