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Imputabilità nel giovane adulto: il ruolo delle neuroscienze

Imputabilità Nel Giovane Adulto: Il Ruolo Delle Neuroscienze

Gli uomini dovrebbero sapere che da nient’altro, se non dal cervello, derivano la gioia, i piaceri, i dispiaceri e i dolori, così come lo sconforto e il lamento. Ed è mediante il cervello che noi acquisiamo saggezza e conoscenza.. ed è sempre a causa dello stesso organo che noi diventiamo pazzi e deliranti.. tutte queste cose dobbiamo sopportare da parte del nostro cervello quando non è in salute.. in questo senso sono del parere che sia il cervello ad esercitare sull’uomo il più grande potere.
IPPOCRATE, IV secolo a.C.

L’ancoraggio al corpo comporta vincoli ineluttabili: volerli oltrepassare causa controsensi e illusioni.
G. EDELMAN, 1992

L’intento di questa relazione, realizzata da uno psicoanalista dell’adolescenza, sarà quello di mostrare come l’irruzione rivoluzionaria delle neuroscienze porti ad interrogare la scienza psichiatrica da una parte e quella del diritto dall’altro.
La psicoanalisi da parecchio tempo sottolinea come i confini tra lo stato di adolescente e di giovane adulto siano parecchio labili, tanto che la maggiore società italiana di psicoanalisi dell’adolescenza, a cui appartengo (ARPAd), accomuna al proprio corso di formazione entrambe le condizioni con i relativi distinguo.
La comunità scientifica psicoanalitica già da tempo ha considerato questo un “gap” giuridico per via della convinzione, suffragata dalla enorme casistica confermata dalla teoria, che il soggetto fino ai 25 anni d’età risenta di un condizionamento pulsionale superiore rispetto all’adulto, per via dell’identità personale ancora in costruzione e direttamente condizionata dalle trasformazioni biologiche e cognitive che trovano la loro definizione intorno al venticinquesimo anno d’età.
L’ingresso delle neuroscienze e la conferma, attraverso la risonanza magnetica funzionale, che la completa formazione delle strutture cerebrali avviene nel soggetto solo intorno al venticinquesimo anno d’età ha dato forza e credibilità alle teorie psicoanalitiche già elaborate.
Scopo del presente lavoro sarà quello di formulare riferimenti psicoanalitici e neuropsicologici atti a giustificare una revisione legislativa che inquadri il giovane adulto autore di reato come soggetto che, sebbene già maggiorenne, necessita di tutela, con particolare riguardo all’ istituto della messa alla prova, utilizzato attualmente per il minore autore di reato.
Quindi le ultime ricerche neuropsicologiche pongono il dilemma ai giuristi se continuare a mantenere il limite dei 18 anni come età minima di imputabilità. Nella legislazione italiana il soggetto, compiuto il diciottesimo anno d’età, diventa imputabile, acquista cioè la capacità di intendere (il significato delle proprie azioni) e di volere (di controllare le proprie azioni volontarie). Il riconoscimento della capacità di intendere e di volere comporta la capacita del soggetto autore del reato di essere giudicato colpevole e quindi la applicazione di una sanzione penale. Si ricorda che fondamento di legittimazione della sanzione penale è un giudizio di “rimproverabilità”, ovvero la possibilità di muovere un rimprovero per aver voluto ciò che non si doveva volere o per non aver previsto ciò che si doveva prevedere. E’ un giudizio normativo e deontologico. Se manca l’imputabilità il reo non è soggetto a pena ma, se pericoloso, a misura di sicurezza. Si apre quindi una questione, sottolineata dalla psicoanalisi da decenni, e ripresa dalle neuroscienze negli ultimi tempi, sulla condizione del “giovane adulto”, cioè del soggetto la cui età è compresa tra i 18 e i 25 anni.
Con il compimento del diciottesimo anno d’età l’adolescente entra quindi “per legge” nel mondo adulto e risente dell’ordinamento giuridico corrente. Nel caso di commissione di reato, il ragazzo viene quindi giudicato dal Tribunale Ordinario, mentre solo un mese prima della fatidica data dei 18 anni, era necessario rivolgersi al Tribunale dei Minorenni, con tutte le tutele e i benefici del caso.

1. Il giovane adulto: un soggetto non più minore né ancora adulto

Chiunque si accosti alla letteratura (psicologica, psicosociologica, psicoanalitica, psichiatrica) rimane colpito dalla vaghezza dei riferimenti in proposito alle origini del termine “giovane adulto”. Già la definizione è paradossale e, dal punto di vista della struttura formale, rappresenta un ossimoro che nasce dall’accostamento di due termini di per sé contraddittori “giovane” e “adulto”.
Se esaminiamo separatamente i due termini ci accorgiamo che “giovane” è un aggettivo che definisce una proprietà cronologica, cioè un’età imprecisata ma certamente relativa ad una parte minore della durata media della vita di un soggetto.
Il termine “adulto” al contrario non è certamente generico come “giovane” ma molto definito.
I dizionari concordano sul significato di “persona nella piena maturità fisica, psichica e sessuale”. Nella dizione “giovane adulto” sembra esserci quindi l’idea di un soggetto che, pur potendo aspirare, come età, ad essere riconosciuto come maturo, non può accedere a quella consacrazione pubblica perché coloro che l’hanno già conseguita lo considerano “giovane” ma per motivi diversi dall’età, cioè per l’insufficienza dei requisiti “fisici e psichici” che attestano lo stato di maturità.
Per tutte queste considerazioni sembra quindi che, da un punto di vista scientifico, all’espressione “giovane adulto” non possa essere riconosciuta alcuna validità di ordine psicologico e psichiatrico.
Essa non definisce né una fase psichica precisa, a differenza delle fasi tipiche dello sviluppo psichico (infanzia, adolescenza, maturità) né uno stato psicopatologico legati a sintomi definiti.
Nei testi psicoanalitici che si occupano dell’argomento si trovano spesso un’ espressione diversa da quella di “giovane adulto” e cioè “adolescenza prolungata”. E i riferimenti storici sono precisi.
Il termine fu coniato nel 1923 da Bernfeld, seguace di Freud, per descrivere la psicologia dei membri di alcuni gruppi giovanili europei, sviluppatasi dopo la prima guerra mondiale.
Quei giovani rappresentavano, secondo Bernfeld, un alto livello di intellettualizzazione e repressione sessuale che li portava a dilazionare “il superamento del conflitto adolescenziale tipico della tarda adolescenza”. Nel 1954 Blos riprese lo stesso termine per definire la condizione di un certo tipo di giovani americani medioborghesi, di età compresa tra i 18 e i 22 anni, che frequentavano i college e dipendevano economicamente dalle proprie famiglie. Blos applicava il termine di “adolescenza prolungata” per sottolineare la statica permanenza di questi soggetti ad uno stato psicologico tipico dell’adolescente. I vari film americani sull’argomento (“Animal House”, “American Pie”, ecc..) ancora oggi testimoniano il fenomeno.
Quindi con il termine di “giovane adulto” o, più appropriatamente, di “adolescenza prolungata” possiamo indicare i soggetti che, nonostante abbiamo superato l’età in cui, secondo la legge e secondo varie teorie psicologiche e sociologiche, l’adolescenza dovrebbe definirsi conclusa, non mostrano ancora i tratti psicologici tipici dell’individuo adulto.
Nel 1968 Erik Erikson suggerì che i soggetti in questione non rientrassero nella patologia e che pertanto dovesse essere loro riconosciuto il bisogno di ciò che definì, usando un termine giuridico, una “moratoria”. La moratoria è una sospensione della scadenza delle obbligazioni (per esempio tributi), disposti dalla legge per eventi straordinari (catastrofi, ecc..) tali da turbare il normale svolgimento di rapporti economici e sociali. Restava comunque aperto il dibattito su quanta moratoria si dovesse concedere al “giovane adulto”.
Nel 1968, sulla scia dei movimenti giovanili del periodo, negli ambiti psicoanalitici si discusse lungamente della questione e se ne discuteva ancora nel 1985 quando a Grenoble si tenne il I° Convegno sulla post-adolescenza, gli atti del quale furono pubblicati con il titolo “Adolescenza terminata, adolescenza interminabile”. La questione della “moratoria” fu subito messa in discussione. La comunità psicoanalitica del tempo ipotizzava che l’adolescenza prolungata (o moratoria) equivalesse a un secondo periodo di latenza, necessario per passare dallo stato di pubertà allo stato di adolescenza, come se fosse richiesto un periodo di apprendimento supplementare per entrare nell’età adulta. Dagli anni 80 ad oggi alcuni processi incompiuti sono considerati responsabili delle difficoltà che il tardoadolescente incontra quando si appresta a sostenere le “prove iniziatiche” sociali di ingresso allo stato adulto. Identità e competitività sembrano ancora le due chiavi di accesso alla maturità adulta.

2. Il contributo delle neuroscienze

Le neuroscienze studiano come la mente emerga e si costituisca attraverso il suo substrato biologico: il cervello. Già con questa definizione ci rendiamo conto di come le neuroscienze rappresentino una svolta epocale rispetto alle vecchie concezioni che tenevano nettamente separate mente e cervello e le discipline connesse. Per molto tempo la mente era materia di studio filosofica e psicologica, mentre il cervello una materia medica circoscritta unicamente alla patologia.
In campo giuridico le neuroscienze sconvolgono le regole attuali ove, nel caso della valutazione di imputabilità del soggetto, il giudice si avvale di esperti psicologi che, attraverso conflitti interpretativi o di competenze, lo aiutano a prendere una decisione.
E’ oramai acclarato, attraverso ricerche scientifiche di tipo statistico, come determinate aree del cervello influenzino determinati disturbi dell’umore e comportamenti del soggetto. E’ altrettanto confermata la “neuroplasticità” del cervello e come, ad esempio, l’utilizzo efficace della psicoterapia influisca sul rimodellamento di aree cerebrali deputate a quel disturbo specifico dell’umore o del comportamento. Le “neuroscienze forensi” rappresentano un tentativo di sistematizzare le applicazioni delle metodologie neuroscientifiche allo studio e alla pratica del diritto, nella fattispecie il diritto italiano. Va da sé che la questione è enorme e assume carattere culturale oltre che strettamente tecnico-giuridico, inserendosi nel vasto dibattito sul ruolo della scienza nei processi. Significativa è l’analisi storica tra diritto e psichiatria, nel corso degli anni legittimatosi a vicenda, le prime trovando nelle scienze psichiatriche un fondamento di giustificazione “razionale” alla sentenza, le seconde trovando nel diritto una legittimazione al loro essere “scienza”. Le “neuroscienze forensi” non intendono introdurre nelle aule dei tribunali elementi perturbanti, ma rappresentano una potenzialità scientifica in più in possesso del giudice per emettere sentenza. La prima applicazione in ambito giuridico delle neuroscienze non può non riguardare una comprensione del funzionamento del cervello relativamente al comportamento antisociale e criminale. Questo filone di studi interdisciplinari si è rivelato fertile nel rilevare connessioni tra determinate aree cerebrali, i circuiti neuronali e il comportamento criminale, aggressivo e violento, così come nel disturbo di personalità antisociale. I principi ispiratori della neuropsicologia forense sono basati sull’ipotesi che il comportamento criminale può essere spiegato non solo da influenze socio-ambientali e culturali, ma anche da fattori prettamente neuronali. Determinate lesioni o anomalie funzionali di alcune aree cerebrali potrebbero contribuire alla messa in atto di condotte criminali caratterizzate da un alto livello di aggressività, da una incapacità di autocontrollo e una difficoltà ad inibire comportamenti inadeguati. Numerosi studi nel campo delle neuroscienze forensi hanno iniziato a rivolgere particolare attenzione ai seguenti aspetti cruciali:

• Costituzioni neuronali che in determinate circostanze faciliterebbero il comportamento aggressivo e violento
• Una morfologia e una costituzione neuronale diverse e determinate dalla fase dello sviluppo psicofisico in cui il soggetto si trova
• Una neuropsicologia dell’imputabilità adulta e minorile

L’uso di tecniche neurofunzionali hanno permesso di dimostrare come specifiche regioni dei lobi frontali partecipino, insieme alle altre aree corticali in molte attività cognitive dell’individuo sano.
Le moderne metodologie di esplorazione funzionale del cervello come la Tomografia ad emissione di positroni (PET), la Risonanza magnetica (MRI) e la Risonanza magnetica funzionale (fMRI), consentono di misurare le onde emesse dagli atomi di idrogeno del cervello, attivati da onde di radiofrequenza in un campo magnetico (MRI), il consumo di glucosio (PET) e il flusso ematico (PET e fMRI) delle diverse strutture corticali e sottocorticali. Queste metodiche si basano sul principio che il consumo cerebrale aumenta dove c’è un aumento dell’attività neuronale-sinaptica e diminuisce dove diminuisce questa attività di trasmissione energetica. E’ così possibile studiare l’attività cerebrale sottostante i processi di memoria, i processi decisionali, emozionali e di controllo del comportamento. Queste tecniche hanno permesso di individuare, in soggetti criminali, deficit sia strutturali (come l’identificazione di aree trofiche, la diminuzione del volume di alcune porzioni corticali), sia funzionali a livello di specifiche aree cerebrali e in particolare della corteccia prefrontale. La corteccia prefrontale e i lobi temporali coinvolti nelle funzioni esecutive si sviluppano molti dopo gli anni dell’adolescenza e terminano il loro sviluppo intorno al venticinquesimo anno d’età.
Avanzate immagini di risonanza magnetica sono in grado di evidenziare i percorsi di crescita e di sviluppo del cervello, rivelando che nell’adolescente e nel giovane adulto, il cervello è estremamente influenzato dal sistema limbico e dall’amigdala, regioni cerebrali associate all’impulsività e aggressività. Evidenze empiriche hanno indicato che negli adulti la corteccia prefrontale influisce direttamente sul controllo e sull’interpretazioni delle emozioni così come vengono prodotte dal sistema limbico. Negli adolescenti e nei giovani adulti invece l’area prefrontale non risulta ancora in grado di dominare le reazioni emozionali e potrebbe essere questo uno dei motivi, oltre a quelli ambientali, per cui i ragazzi tendono ad essere emozionalmente più instabili.
Una struttura frontale completamente sviluppata e clinicamente sana è in grado di modulare gli impulsi provenienti da altre parti del cervello. Questi risultati empirici confermano come i giovani non sono ancora pronti ad utilizzare efficacemente i propri “skills” cognitivi di pianificazione e giudizio al pari degli adulti. Come confermato dalla psicoanalisi, i giovani hanno impulsi potenti scarsamente canalizzati. Sorge il ricordo di una nota pubblicità di qualche anno fa, in questo caso calzante per descrivere la loro condizione: “la potenza è nulla senza controllo”.
Se la corteccia prefrontale è collegata all’abilità nell’impedire gli impulsi: essendo questa ancora in corso di strutturazione anni dopo l’emergere della pubertà, ne consegue che siano da attribuire a questa condizione cerebrale molti comportamenti disinibiti e rischiosi tipici non solo dell’adolescente, ma anche del giovane adulto. Il giovane non è ancora pronto per utilizzare pienamente le proprie attività cognitive e di giudizio e questa sembrerebbe favorire le modalità, a volte anomale e/o impulsive e reattive, di interpretare gli eventi o di intervenire nelle situazioni quotidiane. Tutte la discussione di questo lavoro è, ovviamente, orientata a considerare la condotta umana non solo come il frutto di processi neurofisiologici, ma come il risultato complesso di aspetti psicologici, emotivi, relazionali e sociali, contribuendo a sviluppare una nuova concezione di “responsabilità” e di quando un individuo si può dire responsabile.

3. Responsabilità e imputabilità nel giovane adulto: riflessioni conclusive

L’imputabilità è il presupposto della responsabilità. Se per il maggiorenne l’imputabilità è sempre presunta in quanto si parte dal presupposto della libertà di autodeterminazione del soggetto, a meno di valutazioni sulla capacità di intendere e volere che tendono ad escluderla, per i minori la situazione è differente ed è legata alla fascia di età.
Quindi il minore è considerato dall’ordinamento giuridico italiano come una persona avente capacità d’azione e responsabilità graduale all’età. L’avvento delle neuroscienze sconvolge lo scenario giuridico attuale. Se nel cervello è la parte frontale e prefrontale quella che si sviluppa più tardi e lentamente fino al venticinquesimo anno d’età, possiamo considerare i giovani adulti completamente equipaggiati per disporre delle loro azioni? Come stabilire se un giovane è in grado di capire anticipatamente la conseguenza delle sue azioni? L’eterogenea scelta di imputabilità è una scelta di “convenienza sociale” poiché non è indipendente dal contesto storico, sociale, culturale, politico e geografico di appartenenza. Basta dire che è solo di un paio di anni fa la proposta di legge del nuovo governo brasiliano di abbassare la soglia dell’età imputabile. La piaga della delinquenza minorile nel Sudamerica è di fronte agli occhi di tutti, così come è noto all’opinione pubblica mondiale come i minori siano la manovalanza arruolata dalla criminalità organizzata in ogni Paese. Anche in Italia il reclutamento del minore da parte della criminalità organizzata avviene allo scopo di aggirare la legge. Non credo tuttavia che un inasprimento della pena, se non addirittura un abbassamento dell’età imputabile, siano deterrenti efficaci per risolvere il problema. Come sempre la questione va risolta alla radice. Oltretutto il giovane va educato, non punito, con l’intento, che non deve mai venire comunque meno, di un reinserimento sano nella società civile. Uno dei modi per potenziare la funzione rieducativa e non solo retributiva della pena sul giovane adulto sarebbe quello di estendere la possibilità di messa alla prova agli imputati sino ai 25 anni di età, introducendo tale istituto anche nel rito penale ordinario. Questa è a mio parere la strada più adatta, perché la messa alla prova trasmetterebbe al giovane la sensazione di fiducia dello Stato nelle sue capacità di comportarsi altrimenti, stimolando una corretta maturazione della sua personalità adulta. E’ però anche la strada più dispendiosa per lo Stato. Un altro intervento, forse meno decisivo, ma apprezzabile in termini rieducativi e certamente a costo più contenuto per le finanze pubbliche, potrebbe essere l’estensione del beneficio della sospensione condizionale della pena per i reati commessi sino ai 25 anni. Appare logico che il dato scientifico sia l’unico che possa resistere di fronte agli umori sociali politicamente orientati. La Convenzione delle Nazioni Unite del 1989 non propone un’età specifica ed omogenea riguardante la responsabilità criminale ma delega gli Stati membri a tenere conto, nello stabilire la maturità intellettuale, mentale ed emotiva del giovane. Senza indagini scientifiche accurate e misurabili il concetto di maturità diventa aleatorio e preda delle influenze culturali, sociali e politiche di un determinato Paese. Modificare i comportamenti antisociali e distruttivi in età giovanile potrebbe quindi avere un impatto costruttivo sul benessere della società in generale. Se Erikson 40 anni fa parlava di “adolescenza prolungata” riferendosi ai giovani adulti, appare scontato riportare tale concetto al giovane adulto odierno, sempre più squalificato individualmente da una società “liquida” con sempre meno valori e risorse economiche.. Oltre a questo il giovane adulto subisce drastici cambiamenti di vita e di mobilità sociale. Alcuni iniziano a viver lontano dai genitori in situazioni socioeconomiche estremamente precarie che possono favorire la devianza, altri invece continuano a vivere in famiglia, sperimentando la cosiddetta “adolescenza prolungata”. Stato regressivo questo, che comporta un aumento di incertezza rispetto al proprio ruolo e alle proprie capacità di realizzazione dei progetti di vita. In questa “transizionalità”, che si verifica un aumento dei comportamenti a rischio in senso antisociale. Tuttavia se questa condizione “precaria” del giovane adulto sembra favorita sempre più dalle regole sociali, i risultati della ricerca neuroscientifica sull’argomento suggeriscono come l’eterno adolescente, l’adulto emergente o il giovane adulto che dir si voglia, non potrebbe comportarsi in maniera differente. Comportamenti autocontrollati, pianificati, socialmente cooperativi, sono “incompatibili” non solo per il bambino e l’adolescente ma anche per la condizione del giovane adulto. Di tali constatazioni e conferme da parte delle varie discipline che si occupano dell’essere umano in ambito giudiziario riteniamo che il legislatore debba iniziare a tenere conto.

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