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Cinema e Psicoanalisi – Il Dubbio

Cinema E Psicoanalisi – Il Dubbio

Un’elegante scatola cinese questo “Doubt”, piéce teatrale di enorme successo, trasposta sullo schermo nel 2008 e diretta dal suo stesso autore.

È un ritorno al grande schermo – dopo “Joe contro il vulcano” del 1990 – per John Patrick Shanley. Egli traduce in immagini la sua opera teatrale del 2004, portata sulle scene due anni dopo gli scandali di sfruttamento sessuale nella Chiesa cattolica esploso in America nel 2002.

Il testo ha vinto nel 2005 il Premio Pulitzer e in Italia è stato rappresentato sotto la direzione di Castellitto.

All’interno di un congegno ad orologeria si muovono i protagonisti principali, a dir poco eccezionali.

Il compianto Philip Seymour Hoffman nella parte di Padre Flynn, il quale combatte la discriminazione razziale sostenendo il piccolo Miller, primo studente di colore nella scuola frequentata.

Meryl Streep, in un ruolo non nuovo ma incredibilmente aderente alla sua presenza scenica.

Viola Devis in un breve e intenso cameo, ove interpreta la madre del bambino  e Amy Adams, anello di congiunzione tra Flynn e Aloysius Beauvier.

È il 1964 in America e ci troviamo a St. Nicholas nel Bronx. Padre Flynn (Philip Seymour Hoffman) è un prete caritatevole e deciso ad allentare i rigidi costumi della scuola, custoditi gelosamente da Sorella Aloysius Beauvier (Meryl Streep), la Preside, che crede nel potere della paura e della disciplina. La società sta cambiando e questo si riflette anche nella scuola, che per la prima volta ha accettato uno studente di colore, Donald Miller.

Ma quando Sorella James (Amy Adams), una giovane e innocente piena di speranza, condivide con Sorella Aloysius il sospetto che Padre Flynn possa aver abusato del piccolo Donald, tutti i dubbi che Sorella Aloysius già aveva, svaniscono.

Molto deve avere lavorato al testo Shanley, ancora più complesso di quanto possa apparire ad una prima semplicistica lettura. La base elementare di partenza è il confronto e lo scontro tra due caratteri tra loro inconciliabili: rigido e conservatore quello di Sorella Aloysius, aperto e progressista quello di Padre Flynn. Su queste fondamenta si erge una sorta di Scala di Escher, ricca di depistaggi e innumerevoli vie di fuga.

Lo script appare costituito da più strati tra loro inconciliabili e a ben vedere è ciò che anima lo spirito del dubbio: il conflitto interiore. I caratteri dei due protagonisti rappresentano la gestione differente di questo conflitto. Sul piano emotivo Shanley ci porta a non potere non parteggiare per Padre Flynn.

È sul piano cognitivo che egli ci porta ad interrogarci, inserendo, di volta in volta, indizi che portano in direzione delle accuse. Gli indizi stessi, però, sono discutibili, poiché non suffragati da prove. Nessuno (tantomeno lo spettatore) è stato testimone delle presunte molestie del prete al ragazzino.

Gli indizi sembrano disseminati dal regista al solo scopo di interrogarci, metterci alla prova dalla facilità di essere condizionati dal pregiudizio, da una parte, o dalla simpatia nei confronti di questo o quel personaggio dall’altra. L’indizio più eclatante è il confronto tra Sorella Aloysius e la madre del bambino (un duetto strepitoso tra due attrici di gran classe).

Vi è una sorta di confessione della madre circa l’omosessualità del figlio ma, a ben vedere, è una confessione assolutamente personale che può essere causata da molteplici fattori: primo fra tutti la psicologia della donna, sposata ad un marito, violento e indegno come padre.

Come può una madre dire che il proprio figlio di dodici anni è omosessuale? Per delle movenze particolari? Perché lo ha visto in atteggiamenti equivoci con altri bambini? Perché ad una madre la vera natura di un figlio non può sfuggire? Tutto ciò sarebbe terribile e catalogherebbe la signora nella categoria dei ‘nuovi mostri’.

Ovviamente si tratta di una forzatura dello script allo scopo di riequilibrare il match a favore della Aloysius. Anche dal punto di vista scientifico la tesi non regge: non è possibile parlare di omosessualità nella fase infantile ma solo alla fine della adolescenza, quando psicosessualmente si stabilisce un orientamento sessuale definito.

Così come la decisione di Padre Flynn di andarsene dalla scuola quando la Aloysius gioca la carta della telefonata fasulla ci interroga e ci riempie di dubbi. È vero che ci furono episodi di molestia in passato coperti dalle alte cariche della chiesa, oppure il prete decide di andarsene perché consapevole di non potere vivere con quella arpia tra i piedi, che avrebbe ribaltato il mondo pur di affermare le sue certezze?

Shanley ci depista in continuazione mostrandoci come unica prova delle attenzioni del prete, la ballerina giocattolo regalata da Padre Flynn al bambino, non propriamente un segno di una qualche tendenza omosessuale e/o pedofilia, ma nello stesso tempo, quando il prete parla di donne ai ragazzi la mdp inquadra le sue unghie lunghe e curate, come volere insinuare in noi il dubbio sul significato di quel vezzo.

Insomma John Patrick Shanley si dimostra un abile narratore, capace di gestire razionalità e sentimento con una raffinatezza d’altri tempi. Rigide scelte di regia come gli impercettibili movimenti di camera durante i dialoghi vengono contrapposti a inquadrature statiche, per scindere visivamente insicurezza e certezza.

Tra richiami istintivi e onirici – splendido il messaggio figurativo delle piume – il testo si colloca storicamente all’indomani dell’assassinio del presidente Kennedy, nel pieno fluire della liberazione sessuale e due anni dopo l’apertura del Concilio Vaticano II da parte di Papa Giovanni XXIII, che aveva portato a una serie di riforme per avvicinare alla Chiesa i fedeli, oramai figli della modernità.

In una incessante lotta tra Modernità e Tradizione si muovo i personaggi del film, rappresentati dai due caratteri principali. Affrontando un tema scabroso Shanley, in realtà, lancia un messaggio politico, fa riflettere sul confronto tra Etica e Morale, sull’importanza dei valori etici, che permettono di districarci, in senso evolutivo, in un ginepraio di contraddizioni attraverso una base interiore forte. Una base su cui poggiare, per interrogarsi attraverso il dubbio, senza sprofondare negli abissi delle insicurezze di Sorella Aloysius, la cui fede è tenuta a galla solo da fragili certezze.

Insomma, “Il dubbio” è un film dallo script estremamente interessante, che ha forse il difetto di tradire troppo la matrice teatrale di provenienza e quindi correre il rischio di risultare, al grande pubblico, troppo freddo e cerebrale. Resta comunque un film di cui si consiglia la visione, non fosse altro per le strepitose interpretazioni di tutto il cast.

di Maurizio Cottone

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