skip to Main Content

La Mente Adolescente

La Mente Adolescente

Arnaldo Novelletto dedicò la propria vita a dare statuto teorico e operativo ad un modello psicoanalitico originale, per affrontare le problematiche di migliaia di adolescenti e giovani adulti che, fino alle teorizzazioni dei vari pioneri della psicoanalisi dell’adolescenza, erano relegati nel vuoto teorico psicoanalitico, anomizzati tra i monumentali costrutti della psicoanalisi dell’infanzia e della psicoanalisi dell’adulto. A ben vedere anche in ambito scientifico si perpetuava il destino sociale degli adolescenti, collocati dall’opinione pubblica nella terra di nessuno dei non più bambini e non ancora adulti. Appare evidente come lo scarso desiderio indagatore, la scarsa curiosità, la mancanza di genuina partecipazione nei confronti di questa fase della vita, rappresentava una manovra difensiva della comunità scientifica (e non) nei confronti di un età tumultuosa per eccellenza, per via dell’erompere pulsionale e delle enormi trasformazioni che la caratterizza, sia a livello psichico che corporeo. Rispetto allo scetticismo passato circa la possibilità di trattamento psicoanalitico con gli adolescenti oggi, grazie al contributo di vari Autori, le cose sono molto cambiate. Ciò ha portato a una maggior fiducia nel trattare gli adolescenti con la psicoterapia, ma questo non significa che con i ragazzi si possa lavorare analiticamente allo stesso modo che con gli adulti. Anni di esperienza sul campo, all’interno dei servizi sociosanitari, hanno permesso agli specialisti di psicoanalisi dell’adolescenza di vagliare le innumerevoli esperienze in maniera approfondita e con rigore metodologico.

Caratteristica dell’adolescenza è l’atmosfera carica di tensione, l’intensità e la profondità dei sentimenti, gli improvvisi ed imprevedibili sbalzi d’umore, la forza delle pulsioni, la portata dell’ansia e dello sconforto. Non è detto che queste caratteristiche non siano presenti nella psicoanalisi dei bambini, ma nell’adolescente ci troviamo di fronte a uno scarto pulsionale formidabile, che incide sui suoi processi mentali. Quando in pubertà, con lo sviluppo della sessualità, le pulsioni istintuali pongono nuove e più intense richieste all’adolescente, incontrano una personalità differente rispetto a quella dell’infanzia. L’adolescente può reagire in una infinita varietà di modi alla portata delle pulsioni istintuali e alle nuove richieste sociali, che sono molto diverse da quelle poste ad un bambino. Che il processo separativo dagli oggetti genitoriali arcaici sia relativamente normale o patologico dipende da una gran quantità di fattori tra i quali la quota di rabbia, provocata da frustrazioni normali se connesse alla crescita individuale, o eccessive se connesse a difficoltà della coppia ad espletare adeguatamente il ruolo di genitori. Quanto più intensa era la rabbia arcaica, tante più l’adolescente incontrerà difficoltà nel canalizzare le pulsioni aggressive. Se il processo di soggettivazione si interrompe o fallisce, l’aggressività diventa auto diretta: ne possono derivare disturbi psichici più o meno gravi e la comparsa di condotte antisociali. Diventato adolescente, il ragazzo si trova di fronte all’arduo compito di dovere abbandonare i genitori idealizzati dell’infanzia. In questi anni giocano un ruolo essenziale, di vitale rifornimento narcisistico, i maestri, i compagni adulti, i leaders rintracciabili nei vari contesti sociali in cui egli si muove, insomma la ricerca naturale di altre figure su cui investire e idealizzare. Se però carenze di qualsiasi tipo nella relazione genitoriale hanno bloccato la soggettivazione nel ragazzo, rendendolo fragile narcisisticamente, le cose si complicano. Le condotte inaspettate e gli imprevedibili viraggi dell’umore di questi ragazzi sembrano dovuti proprio a questo disturbo di base.

Nelle dense pagine del libro postumo di Novelletto (2009), troviamo la summa del suo pensiero e concetti originali oramai diventati riferimenti per gli Psicoanalisti dell’Adolescenza. Tra questi è utile ricordare la definizione di “Mente Adolescente”, intesa come stato che non si esaurisce nell’arco evolutivo di qualche anno, che non è solo una fase di transizione fra l’infanzia e l’età adulta, ma è presente in tutti noi e potenzialmente attivo. Questo è un concetto di enorme portata perché induce noi adulti ad interrogarci sulla nostra adolescenza, cosa ne abbiamo fatto, dove l’abbiamo relegata e come l’abbiamo vissuta. Noi terapeuti, nelle analisi con gli adulti, riscontriamo la enorme difficoltà dei pazienti a ricostruire o perfino a vivere per la prima volta la loro adolescenza. In molti casi l’analista può avere successo nel far rivivere l’adolescenza ad un adulto, se riesce a superare le sue stesse resistenze verso le forme adolescenziali dell’aggressività, se focalizza la sua attenzione e quella del paziente sugli ideali e le fantasie nascoste di onnipotenza attribuita ai genitori e poi internalizzata, cioè se sostiene il paziente nel sopportare le sue antiche ferite narcisistiche. Noi adulti nel ripercorrere la nostra storia ci sentiamo più responsabili per i comportamenti adolescenziali che per quelli dell’infanzia, proviamo un maggiore senso di colpa e vergogna per i conflitti, le disarmonie e le goffaggini tipiche del periodo. Nel ricordare certi avvenimenti dell’adolescenza, tentiamo di sfuggire al riattualizzarsi della colpa connessa per determinati episodi e ad antiche emozioni cariche di vergogna, sopprimendole o negandole. Quando si ha a che fare con gli impulsi del periodo infantile, è molto più facile mantenere una comprensione benevola e neutrale e, anche per alcuni psicoterapeuti, può risultare rassicurante infantilizzare il ragazzo. Si può sorridere della manifestazione comportamentale aggressiva di un bambino, ma l’aggressività di un adolescente è espressa in modo molto più irritante, tormentoso e a volte quasi intollerabile. Per lo psicoanalista dell’adolescenza è quindi fondamentale avere rivisitato ed essersi pacificato con la propria adolescenza, al fine di trovare un varco ove riuscire ad ingaggiare il ragazzo attraverso l’impatto proficuo della parola analitica.

Il paziente adolescente ci rivela subito quale gioco di potere è legato alla parola. Parlare al ragazzo in analisi significa permettere anche a lui di parlarci e parlarsi, dato che in seguito all’impatto della nostra parola è possibile una attivazione o riattivazione di una adolescenza altrimenti bloccata e, nelle ipotesi meno riuscite, una permanenza nel blocco regressivo che il paziente porta o addirittura la rottura del rapporto analitico. Perché ci sia ‘comunicazione’ è necessaria una certa fiducia reciproca, niente è tuttavia meno sicuro da stabilire con un adolescente, sia nel primo colloquio che nei successivi. L’alleanza che possiamo creare con l’adolescente non è mai stabile e data una volta per tutte: questo dialogo così particolare con l’adulto è per lui un’esperienza nuova, unica, inedita. Per questo credo sia fondamentale lavorare sull’alleanza terapeutica, prestando estrema attenzione alla domanda di aiuto e, se necessario, interrogare il paziente qualora la domanda sulla fiducia sembra presentarsi. In questo modo si affronta, senza rischiare di aspettare troppo, tutto il lato di reticenza, di critica e rabbia alla base di ogni transfert negativo. Con l’adolescente è necessario, fin da subito, un grande lavoro contro-transferale e il prestare attenzione ad ogni sentimento negativo, nella misura in cui questo può indurre facilmente il ragazzo a rompere la relazione. E’ oramai risaputo quanto sia delicato l’uso dell’interpretazione con l’adolescente, ma altre modalità di parola esistono e si rivelano essenziali. Che sia per sottolineare, prolungare, riscontrare, lievemente contestare, stupirsi, persino sorprendere: attraverso questa diversità di parole, l’adolescente si sente di fronte ad una persona viva, pensante. Rispetto a questi diversi stili di parola, credo che il sottile limite ove situare l’interpretazione è forse nella capacità di creare dei legami tra i diversi discorsi uditi. Se dico “sei così inquieto perché..” metto in rilievo la presenza di una sofferenza, di un’angoscia: questo collegamento può accompagnarsi alla rivelazione di un senso nascosto. Per il solo fatto di creare collegamenti tra le parole del ragazzo, utilizzando le nostre, un nuovo senso compare, qualcosa prima ignorato fa la sua apparizione, ciò che era taciuto fino a quel momento diventa dicibile. Attraverso questo tipo d’interpretazione l’adolescente è portato a scoprire il beneficio del nostro incontro, ci scopre adulti diversi, attenti ad altre realtà, a valori non convenzionali. Questa nuova prospettiva lo attira e lo impegna in un lavoro interiore a cui aspirava, ma che temeva al tempo stesso. E’ importante permettere al ragazzo di sentirsi ascoltato, riconosciuto e interpellato attraverso il magma emozionale ed esperienziale di cui ci rende partecipi. Sta a noi aiutarlo ad assimilare, smistare e scegliere: l’interpretazione lo aiuta (e ci aiuta) in questo. Parlando di interpretazione si fa riferimento solitamente al transfert-controtransfert e al considerare col paziente quello che sta avvenendo nella relazione analitica. Ovviamente tale condotta è più indicata nell’analisi con il giovane adulto ma non credo sia necessario definire una linea di condotta unica. Con un certo adolescente s’impone la prudenza, e sarebbe sbagliato impaurirlo con un ritorno troppo immediato su ciò che può vivere nei nostri confronti. Con altri, sia perché vi si mostrano pronti o perché la difficoltà del contatto da stabilire ci impone di interrogarli più rapidamente a questo livello, il loro vissuto relazionale con noi sarà l’oggetto del nostro scambio. L’adolescente non ci parla solamente di avvenimenti esterni ma vuole che, con il nostro aiuto, gli sia permesso di interessarsi a ciò che succede “qui e ora”, in questa nostra relazione certamente pregna di tutto il suo passato. Credo sia possibile, a volte, analizzare ciò che succede tra lui e noi, senza scivolare verso considerazioni psicogenetiche che rischiano di oscurare, o addirittura di mettere in pericolo, il confronto salutare che sta nascendo. La nozione di alleanza terapeutica e il valore della segretezza è fondamentale: questa alleanza permetterà al ragazzo di parlare con noi, di svelarsi, di interrogarci, di entrare in questo lavoro di delucidazione interiore a cui spesso tenta di sfuggire attraverso l’acting out, condizione molto frequente a questa età.

I primi colloqui rivelano un’importanza particolare, nella misura in cui la loro posta in gioco consiste nel rendere o non rendere possibile questa intesa necessaria tra l’adolescente e noi. Questa domanda si pone sempre, ma con l’adolescente la sollecitazione è ancora più viva e l’esito più incerto. A volte capita di avere dei primi colloqui che sembrano andare troppo bene, e che si smontano l’indomani: nel confidarsi troppo velocemente, il ragazzo si sente reso più fragile. Al contrario, quando troviamo l’adolescente in difficoltà a parlare, il primo colloquio si rivela problematico. In queste situazioni ho l’abitudine a mostrarmi più attivo, ad interrogare sulla vita quotidiana, ordinaria. Sondo qualche suo vissuto: “come reagisci?.. cosa ti provoca?..”, mettendo così alla prova la sua capacità di affrontare una tematica più interiore. Anche se ci riesco, non mi ci rinchiudo, torno verso dettagli più quotidiani, instauro in qualche modo una zona più neutra, franca. Passo da un luogo all’altro e poi ritento e mi spingo un po’ più lontano, nell’apertura alla fiducia.

Fabio, 19 anni, durante i primi colloqui, non mi porta altro che degli elementi piuttosto depressivi ed una certa reticenza a parlarmi. Mi decido ad invitarlo all’accesso alla parola mostrandomi attivo a mia volta. È così che mi sono visto discutere con lui a proposito del surf o a scambiare diverse opinioni su autori cinematografici, cercando di istituire uno spazio transizionale favorevole all’emergere progressivo di confidenze più dirette. In questo genere di situazione, la comunicazione è altresì presente, ma in modo più problematico. “Non è facile per te”, “è pur sempre parlare a qualcuno che non conosci minimamente”, “non hai nemmeno scelto tu di venire da me…”.  Nomino così le buone ragioni delle difficoltà che incontra nel parlarmi. Sono interventi che contengono un’interpretazione implicita, inerente alla parola offerta, ma lasciano all’interlocutore la possibilità di utilizzarla nella misura in cui gli convien Lavorando sul transfert-controtransfert, siamo chiamati a trovare le parole giuste, al momento opportuno, prestando estrema attenzione ad esprimere, con differenti sfumature, ciò che si sta disvelando nella relazione analitica. Attraverso la maniera in cui si organizza il linguaggio, nella sua funzione mediatrice e veicolante, siamo invitati a valutare il grado di elaborazione psichica in cui si colloca lo scambio verbale, ad utilizzare la parola del paziente, modulando il livello comunicativo, restituendogliela un po’ più arricchita. In un contesto particolare quale quello adolescenziale, ove la parola a volte appare carente di senso, se non pura evacuazione, appare fondamentale prestare attenzione ad un linguaggio ‘allargato’, ove il corpo, la voce, la mimica, i gesti, il tono, i sospiri, contribuiscono a costruire un’immagine sonora che riempie di senso la parola e arricchisce la nostra comprensione. Il dover accogliere, metabolizzare e comunicare tutto questa massa di informazioni che riceviamo, attraverso la parola, credo sia il fondamento di ogni lavoro psicoanalitico. Nel lavoro con gli adolescenti e i giovani adulti l’interpretazione sembra così perdere ‘sacralità’, mantenendo comunque il suo impatto proficuo nel momento in cui è gravida di tutti questi contributi. Se il paziente parla e si confida, quali che siano i dati di cui tratta, si è rimesso in moto un processo che a sua volta rilancerà il processo adolescenziale momentaneamente bloccato da qualche ostacolo. Credo ci caratterizzi come psicoanalisti di adolescenti il potere permettere al paziente di credere di poterci raggiungere, nella consapevolezza però che qualcosa continuamente gli sfugge, che l’avventura continua, che la capacità di percorrere un cammino non è dovuto ad una ricetta miracolosa di cui noi conserviamo il segreto. Noi non siamo minimamente depositari di una qualche verità, ma solo degli intermediari che rimandano verso un altrove, delle guide che ad un tratto il ragazzo decide di abbandonare lungo il suo percorso.

di Maurizio Cottone

Back To Top