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I Percorsi Dell’ Anima

I Percorsi Dell’ Anima

“Dia ogni volta ragione a sé stesso e al suo sentimento, contro ognuno di quei dibattiti… lasci ai suoi giudizi il loro quieto e indisturbato sviluppo, che, come ogni progresso, deve venire dal profondo, e non può essere in alcun modo incalzato o affrettato.”

Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta

 

Nella mia lunga esperienza di psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico mi sono imbattuto spesso in pazienti che faticavano a compiere la prima telefonata per prendere un appuntamento, che impiegavano mesi prima di contattarmi, anche solo per un consulto.

Ciò sembra comprensibile: i termini psicoterapeuta e psicoterapia appaiono fuorvianti, ma necessari a livello istituzionale per via di una “qualifica” approvata dallo Stato Italiano, trenta anni fa.

Infatti nel 1989 lo Stato italiano riconosceva legalmente, dapprima l’Ordine professionale degli Psicologi e qualche anno dopo, l’Ordine professionale degli Psicoterapeuti. Da allora la professione, prima dello psicologo, e poi dello psicoterapeuta non è più abusiva quando si è iscritti in uno degli Albi Regionali riconosciuti.

Se per entrare nell’Ordine degli Psicologi oggi è necessario essere laureati in psicologia, per entrare in quello degli Psicoterapeuti è necessaria una laurea “lunga” in psicologia (3+2 anni), e una specializzazione di altri 5 anni svolta in un Istituto non improvvisato, ma riconosciuto dallo Stato attraverso un suo organo di controllo “specializzato” chiamato MIUR.

Questa premessa appare doverosa per spiegare come uno psicoterapeuta viene riconosciuto tale dalla legge italiana.

Ciò evidentemente appare importante, nel garantire la tutela dell’utenza, sia a livello istituzionale che legale, per distinguere e riconoscere chi ha svolto un accurata specializzazione rispetto a chi si improvvisa attraverso corsi non riconosciuti, non essendo Iscritto all’Ordine degli Psicologi della regione ove professa, e magari non essendo neppure laureato in psicologia.

All’interno di questo schema “istituzionale”, il mio “orientamento” psicoanalitico mi definisce però, in maniera etimologicamente, e concretamente, più corretta.

Io sono uno “psicoanalista”, cioè un “osservatore”, un “analista della psiche”.

Decidere di contattare uno psicoterapeuta (o uno psicoanalista) per molte persone viene comunque vissuto come un fallimento, come un ulteriore crollo della loro autostima già vacillante, come un doversi mettere nelle mani di uno sconosciuto che potrebbe usarci, manipolarci, tenerci in “analisi” tutta la vita, rendendoci dipendenti da lui.

Insomma il timore è quello di passare da una dipendenza affettiva a una dipendenza terapeutica, peraltro economicamente onerosa.

È opportuno quindi sgombrare il campo da ogni dubbio: il percorso analitico è un percorso individuale, soggettivo; è un percorso del paziente, che prende solo decisioni autonome, sotto la supervisione di uno specialista.

Qualcuno di voi penserà: “belle parole, ma alla resa dei conti chi garantisce tutto ciò, dato che saremo solo noi due nella stanza d’analisi?”.

L’analista (osservate come suona meglio questo termine?) è solo “un esperto di territori”.  Questo è quello che dico solitamente ai pazienti, nelle quattro sedute preliminari che inizialmente propongo proprio per conoscerci entrambi meglio.

Lo psicoanalista è qualcuno che ti segue nel “tuo” percorso, che insieme a te vede da che parte è meglio andare, nel “tuo” territorio; territorio – è opportuno precisare – inizialmente sconosciuto ad “entrambi”.

Un bravo analista non sa nulla in anticipo circa quello che si scoprirà insieme, e lo comunica al paziente; un bravo analista sa che il territorio che si intende esplorare non è il suo ma quello del paziente; la mente non è la sua, ma quella del paziente.  Le domande, le risposte e le decisioni non sono sue, ma quelle del paziente. Egli interroga e si interroga, perlustra il territorio psichico, si chiarisce e chiarisce.

Accompagna.

Come ogni guida esperta, ti aspetta, segue i tuoi tempi. Se tu sei stanco e ti vuoi sedere, ti vuoi riposare, si siede anche lui vicino a te.

Aspetta.

Capite la grande responsabilità e il profondo rispetto necessari per fare un lavoro di questo tipo? Un rispetto etico non improvvisato, ma conquistato attraverso la propria lunga e accurata formazione specialistica.

Formazione ove i guaritori, i santoni, i profeti, non sono riconosciuti, non vengono promossi all’anno successivo. Vengono frustrati nei loro desideri di onnipotenza e, se necessario, vengono bocciati dall’Istituto di specializzazione.

Tale formazione estranea al “mondo magico” comprende una lunga “analisi didattica”, praticata dal futuro psicoanalista insieme ad una analista esperto, riconosciuto da uno di quegli istituti qualificati, e quindi chiamato “didatta”.

È solo un percorso “esperienziale” di questo tipo che può fare credere al futuro psicoanalista nella capacità terapeutica del metodo, e non nei poteri “magici” custoditi dalla persona dello psicoterapeuta esperto (e didatta).

Tale percorso “sperimentato” dalla mia categoria aiuta, a chi diventerà un professionista preparato, ad avere “fede” nel modello psicoanalitico, a non a dipendere da qualcuno vissuto, in qualche maniera, come “potente”.

Tale percorso ti aiuta a “credere” nella capacità di aiutare a fare stare meglio le persone, senza manipolarle; e questo perché l’analista stesso, nel suo percorso didattico, non è stato manipolato.

La messa in gioco di un potenziale psicoanalista che inizia il suo percorso di formazione, non può quindi essere inizialmente che è un atto di “fede”.

Se non hai provato su di te la “verità” di tale percorso, se non hai verificato “sulla tua pelle emotiva” che è possibile soffrire meno per certe questioni grazie a tale percorso, grazie ad un tuo nuovo “sguardo” sulla vita, ad un tuo cambio di “posizione” interiore, se tu per primo non hai verificato tutto questo, come puoi trasmettere tale “fede”?

Se non hai provato concretamente il significato e l’efficacia del “percorso psicoanalitico” – e come questo ti aiuti ad affrontare la presa di coscienza dei tuoi limiti e dei tuoi punti di forza – senza tale consapevolezza, come puoi trasmettere al paziente tale convinzione?

Solitamente i genitori accompagnano i loro figli adolescenti in analisi sperando che lo psicoanalista li cambi secondo un loro modello, ovviamente fallimentare, visto che sono finiti insieme ai loro figli in uno studio medico.

Altri genitori sperano che lo psicoterapeuta “curi” il loro povero figliolo malato, affetto da qualche disturbo. Lo guarisca.

Gli adulti che mi chiedono un consulto, invece, spesso lo fanno perché si credono inadeguati, “guasti”, bisognosi di essere curati, di apparire normali agli occhi del gruppo famigliare più o meno allargato. Qualcosa da correggere, appunto.

Niente di più sbagliato! la psicoanalisi non ti cambia, non ti fa diventare “più sano”.

La psicoanalisi è un modello rivoluzionario perché ti aiuta a ribellarti da tutte quelle proiezioni che la famiglia (in primis) ti getta o ti ha gettato addosso. Proiezioni che ti porti dentro anche a 50 anni, anche sposato con figli, anche con i genitori morti da un pezzo.

Perché anche se ti ribelli, o ti sei ribellato, o continui a ribellarti, credi in fondo in fondo che questi parenti, con il loro modello disfunzionale, patologico, buono per loro ma non per te, credi che in fondo loro hanno ragione.

Che tu sei il problema, l’anello debole, la pecora nera. Che proprio tu devi normalizzarti.

Se lo psicoanalista quindi non ha compreso che il percorso “terapeutico” non guarisce (perché non c’è nessuna malattia), ma aiuta solo a prendere decisioni che ti fanno stare meglio, decisioni che non saresti mai stato in grado di prendere prima; se egli non è profondamente convinto di ciò, non potrà mai aiutare veramente il paziente.

Se egli per primo non è convinto che i suoi “esecrabili” difetti non sono scomparsi per incanto ma fanno parte della sua intima esistenza, e che tuttavia ne ha preso coscienza ed è in grado di gestirli, come può egli trasmettere la convinzione riguardo la bontà di tale percorso al paziente?

Se non ha per primo “fede” nel metodo, come può il paziente dubbioso provare ad iniziare un percorso con lui, anche solo per capire se quello che dice, trasmette, è vero?

Nel suo ruolo di “esperto di territori”, lo psicoanalista percorre la tua strada, accompagnandoti. Al massimo può suggerirti direzioni più proficue, perché “fiuta” che conviene allungare il percorso, per evitare pericoli inopportuni.

Questo non perché egli conosca prima la meta a cui approdare – come credono erroneamente in molti –; non perché egli voglia solo perdere tempo, e magari farti pagare più sedute, ma semplicemente perché egli “sente” che, in quel momento, è meglio per la coppia analitica non attraversare un particolare luogo “interiore”.

Del resto le “guide indigene” solitamente sentono quali sono i sentieri migliori da percorrere, li percepiscono, anche senza conoscerli, anche senza l’uso di cartine geografiche il più delle volte incomplete, approssimative e fuorvianti. E poi in un territorio ancora sconosciuto, che “cartina” si potrà mai usare? Si scopre il territorio insieme, da bravi speleologi.

Per esperienza professionale posso assicurare che nel momento in cui decidi di iniziare un “percorso analitico”, tu hai già conquistato qualcosa di unico ed esclusivo.

Inoltre oggi la psicoterapia non è più da considerarsi come una prerogativa “aristocratica”, per soli ricchi, poiché i costi si sono resi più accessibili. Oggi infatti una psicoanalisi seria, approfondita e qualificata, se la possono permettere in molti, magari rinunciando per qualche tempo a beni “superflui” in cambio di un bene molto più “profondo”: conoscere sé stessi, sentirsi completi, fare emergere il proprio Vero Sé, prendere decisioni, dapprima considerate impensabili e/o inopportune, a causa di condizionamenti famigliari e/o sociali.

Il percorso psicoanalitico è sì un investimento economico, ma principalmente un investimento delle tue risorse, investimento che ti sarà restituito in termini di potenzialità, in termini di realizzazione personale e/o professionale, superando quei blocchi o quelle cattive abitudini che ti portavano a compiere sempre gli stessi errori.

Il lavoro analitico può dunque essere vissuto come un viaggio avvincente. Un percorso lungo, certo! Un percorso che, data la posta in gioco, non può durare solo un mese o alcuni mesi; un impegno che può durare anche anni, ma nel momento in cui decidi di intraprenderlo, incominci a stare meglio, e lo prosegui.

Un percorso che ti offre la possibilità di sentirti non più una persona fragile, mossa dal vento; una persona che si orienta in base allo sguardo, o alle suggestioni di qualcuno considerato autorevole: che sia il genitore, l’insegnante, il capoufficio, il datore di lavoro.

Ed è proprio da questo tipo di vissuto di dipendenza che nasce in molti il timore del dovere dipendere dall’ analista per iniziare un percorso, nel dovere passare da una dipendenza ad un’altra, per stare meglio.

Un analista preparato sa che bisogna lavorare su questo bisogno di dipendenza affettiva, su questa “congenita” paura del paziente di non farcela da solo.

Quindi il lavoro iniziale da intraprendere con tali pazienti è quello di trasmettere loro una possibilità alternativa trovando insieme, lungo il percorso, i loro “unici” strumenti per uscire da questa “dipendenza”, per sentire che possono farcela da soli.

Con la cura psicoanalitica la dipendenza che solitamente tali pazienti vivono nei confronti di qualcuno o di qualcosa, viene spostata in un ambiente protetto, in una relazione affettiva virtuale, dove un vero professionista lentamente ti dimostra che ti puoi fidare di lui, e quindi puoi fidarti di te, del tuo sentire.

Puoi farcela da solo.

E quando un’analisi si conclude felicemente quello che rimane del rapporto fra analista e paziente è una grande stima reciproca.

È sempre un piacere ritrovare pazienti, che magari dopo anni, incontrandoci ci salutano con gioia perché sentono che la loro vita è cambiata, perché hanno scoperto, attraverso questo particolare e “unico” percorso, che possono esprimere tutto il loro potenziale, la loro energia.

Una nuova vitalità.

Lungo questo cammino le parti fragili, neonate, del paziente iniziano a crescere, andare a gattoni, poi camminare, fino ad allontanarsi lentamente dalla figura di riferimento professionale. Infine egli può inoltrarsi tranquillo, da solo, nel “suo” percorso di vita.

Come con un bambino che cresce, e prima diventa adolescente, poi adulto, arriva il momento in cui il paziente, con questi nuovi aspetti dapprima sconosciuti, a un certo punto vuole farcela da solo, salutare, lasciare la terapia.

In questo caso il lavoro analitico si conclude felicemente, perché è importante essere in due a prendere tale decisione, essere in due a capire che l’esperienza di conoscenza, e non di cura, rimarrà nella vita del paziente, e nel nostro ricordo, per sempre.

Per il paziente che conclude felicemente l’analisi, procura una grande forza accorgersi che quella persona esperta di emozioni che è stata al suo fianco per un certo periodo della vita, non ha usato quella dipendenza affettiva che lo tormentava per manipolarlo, ma l’ha trasformata insieme al paziente stesso in “autonomia soggettiva”.

https://www.riminipsicologia.it/dott-maurizio-cottone/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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